Sono duecentocinquanta i feriti trasportati in ospedale durante gli scontri avvenuti in piazza a Tbilisi, capitale della Georgia, tra gli oppositori del governo di Saakhasvili, al momento al potere, e la polizia. Sembra quasi di rivivere quei presupposti che nel 2005 portarono alla rivoluzione “arancione” in Ucraina. Già, a ruoli invertiti però. Siamo in una Repubblica ex sovietica (di nuovo) il cui capo del governo è da sempre filooccidentale (e molto filoamericano) e che salì al potere nel 2003 durante la “Rivoluzione delle rose”. Le accuse mossegli sono di corruzione e di coinvolgimento in assassinii politici. Badate bene però, Saakhasvili è stato accusato da Irakli Okruashvili, ex ministro della difesa georgiano e tra gli oligarchi più benestanti del Paese, senza produrre alcuna prova concreta. La palla è stata raccolta da Imedi TV, canale televisivo nazionale e da sempre principale strumento del partito dell’opposizione dell’attuale governo. Risultato: violente proteste, tanto gravi da spingere il presidente Saakhasvili a decretare lo stato di emergenza dallo scorso venerdì fino al 22 novembre con chiusura delle principali reti televisive, siano queste pro o contro il governo.
In risposta, il presidente accusa la Russia di infiltrazioni e di aver fomentato le proteste di piazza. Anche qui nessuna prova naturalmente, ma anche uno sprovveduto non potrebbe che trovare leggittima tale possibilità. Saakhasvili per ora tiene duro e respinge le pressioni internazionali che chiedono la revoca dello stato di emergenza, tuttavia dà credito al volere della piazza e annuncia nuove elezioni presidenziali per il 5 gennaio 2008. Afferma di conoscere la realtà della Georgia e i georgiani meglio di qualunque altra delegazione internazionale. Come dargli torto. Intanto però, dopo la corposa copertura mediatica di settimana scorza, track! Da lunedì i giornali non ne parlano più. Non sarà mica sufficiente la promessa di nuove elezioni per far voltare le spalle ai reporter occidentali? A proposito, ma la Birmania?



Un centinaio di persone circa ha partecipato ieri al convegno organizzato da Terra del Fuoco per ricordare il ventennale dell’assassinio di Thomas Sankara. Il 15 ottobre 1987 veniva ucciso a colpi di Kalashnikov una tra le figure più promettenti e coraggiose che il continente africano abbia mai visto. E basta informarsi un minimo sulla figura di quest’uomo per domandarsi per quale maledetto motivo sono così poche le persone che ne abbiano anche solo sentito parlare.