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Una donna che sfida narco-trafficanti e signori della guerra

1 July, 2008

– AFGHANISTAN –

Il 21 maggio 2008 ricorreva l’anniversario dell’illegittima espulsione dal Parlamento della più giovane parlamentare afgana: Malalai Joya, 29 anni, donna, venne scelta alle elezioni parlamentari in Afghanistan del 2005 come rappresentante in Parlamento della provincia di Farah. La sua vita però cambiò radicalmente cinque anni prima, nel dicembre del 2003 quando prese la parola durante la Loya Jirga.

La Loya Jirga è una “grande assemblea”, convocata a cadenza irregolare dal parlamento afgano, nella quale vi partecipano membri della famiglia reale, parlamentari, leader religiosi, mujaheddin e capi tribù afgani. L’establishment dell’Afghanistan si riunisce per discutere delle tematiche più diverse quali la politica estera, dichiarazioni di guerra, introduzione di nuove leggi e nuovi leader. La Jirga non viene sciolta fino a quando l’assemblea non raggiunge un consenso riguardo i temi trattati.

Da ragazza Malalai Joya lavorava presso l’Organizzazione per la Promozione delle Capacità delle Donne Afgane. Da ragazza insegnava a leggere e a scrivere a coloro che non potevano permettersi di frequentare la scuola e le donne e i loro diritti sono da sempre state al centro della sua vita. Una vita passata in mezzo alla gente, a contatto con la fame, la povertà, le violenze subite e i diritti calpestati. Preoccupata per l’arretratezza della sua provincia, Malalai decise di partecipare alla “grande assemblea” del 17 dicembre 2003 e di farsi portavoce dei suoi concittadini.

Prese la parola e parlò per tre minuti. Questa giovane e sconosciuta ragazza aveva 26 anni e teneva il microfono al cospetto di anziani e autorità politiche, territoriali e religiose. Molti avevano fucili ai loro piedi. Parlò e disse cose inaudite. Ringraziò Dio e i presenti per l’occasione datale e chiese all’assemblea perché mai vi partecipassero “criminali di guerra”, responsabili della situazione in Afghanistan, centro di conflitti nazionali e internazionali, li accusò e disse loro che meritavano di essere processati, perché se “gli afgani potranno perdonarli, la storia mai lo farà”. Per un attimo il silenzio sotto la grande tenda fu assordante. Poi cominciarono le urla, le accuse di “infedele” e “comunista”. Fu allontanata dall’assemblea per mai più parteciparvi.

Quel giorno cominciò la vita politica di Malalai. A due anni di distanza da quel pubblico oltraggio, durante le elezioni del settembre 2005, Malalai venne eletta rappresentante della provincia di Farah in Parlamento con oltre 7.000 voti. La sua gente la ama (molti altri la odiano) e le offrì l’onore ma anche l’onere di portare le loro voci a Palazzo. Nonostante le minacce di morte Malalai proseguì la propria battaglia: le donne sono al centro dei suoi pensieri, ma anche la corruzione, la collusione strettissima tra signori della guerra, trafficanti di droga e parlamentari. Fino al 21 maggio 2007 quando, a seguito di una sua ennesima accusa, il Parlamento la sospende dall’incarico fino a termine del mandato. Da quel giorno non si contano ormai più le minacce di morte subite. Il governo le sospende il passaporto ma lei e il suo staff riescono comunque a farla uscire dal paese, rimanere sarebbe come firmare una condanna a morte.

Oggi Malalai continua a fare quello che ha sempre fatto: parlare, senza remore. Convegni, interviste, incontri, in Europa, Asia e Nord America. L’ho incontrata giovedì 22 maggio a Torino, in occasione di uno dei quattro incontri programmati in Nord Italia. Tornava dal Parlamento Europeo, accompagnata dall’europarlamentare Vittorio Agnoletto. Piccola, capelli nero seppia, stanca ma non doma, occhi vivissimi, Malalai potrebbe lavorare in una qualsiasi ong e guadagnare migliaia di euro al mese. Gira il mondo freneticamente invece, quando può e le circostanze lo permettono torna in Afghanistan e parla a muso duro ai parlamentari. E’ calma, timida di quella timidezza rispettosa, ed è lieta di rispondere alle nostre domande.

Come è nato il suo interesse per la politica?

Così come i bambini della Palestina anche quelli afgani, 30 anni fa, sono nati e cresciuti in un paese in guerra. Evitare di interessarsi alla politica era impossibile. Adesso ne ho 29 e da bambina studiavo nei campi profughi di Iran e Pakistan. Una volta tornata in Afghanistan, nel 1998 si erano instaurati i Talebani e l’unico modo per lavorare con e per le donne era farlo clandestinamente. Volevo stare a contatto con la gente, con la mia gente, capirne i problemi e le loro difficoltà.

Qual è la posizione della sua famiglia riguardo a questa tua continua lotta per i diritti?

La mia famiglia è una famiglia fortunata. Pur affrontando quotidianamente enormi problemi sono sempre stati aperti, laici e democratici. Dopo la Loya Jirga del dicembre 2003, quando la mia vita è cambiata, la mia famiglia ha continuato ad appoggiarmi anzi, il loro sostegno è aumentato perché capirono l’importanza dei miei sforzi per il bene del mio paese.

Un anno fa l’espulsione dal Parlamento. Quali sono i suoi rapporti oggi con la politica in Afghanistan?

In realtà quell’espulsione ha cambiato solo formalmente la mia posizione. Io sono ancora molto attiva politicamente, anche perché il mio sollevamento è avvenuto in maniera illegale a anti-democratica. Per fortuna ho sostenitori sia all’interno che all’esterno dell’Afghanistan, in particolare all’estero il mio paese oggi è tenuto sott’occhio mai come prima. La mia volontà di tornare comunque, non è motivata dal desiderio di riacquistare il mio status di parlamentare bensì di riappropriarmi di una posizione che mi permetta di svolgere il mio lavoro.

A suo avviso, quali sono le responsabilità degli Stati Uniti per la situazione in cui vige l’Afghanistan oggi?

Gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno occupato lAfghanistan in nome della difesa dei diritti umani e dei diritti delle donne, senza però di fatto cambiare la situazione, anzi. La coalizione di occupazione ha portato di nuovo al potere l’Alleanza del Nord, forse addirittura maggiormente responsabile dei Talebani. In sostanza non esiste grande differenza tra i due gruppi. Comunque, Stati Uniti compresi, nessuno lavora concretamente per portare sicurezza nel paese, senza la quale non è possibile parlare di diritti umani e di democrazia. Quello che può fare chi sostiene la mia lotta è fare pressione affinché ci si allontani dalle politiche del governo americano e agire in modo da rimuovere le armi ai due gruppi (Talebani e Alleanza del Nord) altrimenti al termine dell’occupazione l’Afganistan rischia di nuovo di cadere in una sanguinosa guerra civile. Se il governo italiano vuole fare qualcosa deve agire indipendentemente dagli Stati Uniti, i quali non vogliono una democrazia ma semplicemente una recita della democrazia stessa.

Molti la conoscono per il coraggio con cui si rivolge ai politici afgani. Quali sono i reati da imputare a molti di questi?

Non è affatto difficile venire a sapere i crimini di tanti dei nostri parlamentari. Basti pensare che quando si è insediato il Parlamento una relazione stilata da Human Rights Watch affermava che l’80% dei parlamentari afgani sono signori della guerra, narco-trafficanti e/o criminali comuni. Per esempio Ishmail Kahn è considerato un ricercato internazionale a tutti gli effetti. Vi offro altri due esempi: il figlio di un parlamentare è accusato per lo stupro di una ragazza di 14 anni e oggi è ancora libero; un altro, è stato dichiarato colpevole per la morte di due ragazzi gettati in un fiume con le tasche riempite di sassi. Il governo, nonostante la popolazione sia scesa in piazza per chiedere l’arresto del colpevole, ha risposto che non c’è tempo per questo genere di cose.

Qual è il ruolo giocato dalle coltivazioni di oppio e dalla presenza dei Talebani nelle sorti dell’Afghanistan?

Tanto per farvi capire lo stato reale delle cose, basti dire che il fratello del presidente Karzai è un noto trafficante di droga. Io credo che l’oppio sia il simbolo del fallimento della politica di occupazione statunitense e la politica da burattino del governo afgano. Se provate ad indagare scoprirete che in Afghanistan il presidente Karzai altro non è considerato che il “sindaco” di Kabul, senza alcun potere vero e proprio sul resto del paese. La coltivazione dell’oppio continua e addirittura aumenta. D’altronde non può che essere così in un paese in cui molti governatori di regione sono loro stessi dei trafficanti. Come per esempio il generale Daoud, oggi a capo del ministero per la lotta alla droga, non ricopre altro che un ruolo che gli permette di fare i propri comodi nel commercio di droga.

Per quanto riguarda i Talebani, è difficile credere che gli Stati Uniti li combattano davvero, per il semplice motivo che loro stessi permettono agli americani di rimanere a Kabul. La lotta ai Talebani di fatto non esiste. Così come l’Alleanza del Nord che di fatto è una fotocopia dei Talebani: hanno le stesse politiche nei confronti dei diritti umani, civili, dei diritti delle donne: tutto naturalmente a vantaggio dei paesi confinanti retti da fondamentalisti.

Cosa giustifica allora la presenza degli Stati Uniti in Afghanistan?

L’occupazione va letta in un quadro molto più ampio. Gli Stati Uniti hanno interesse ad essere presenti in una regione nel cuore dell’Asia, così vicina a paesi loro ostili quali Cina, Iran e Pakistan. Inoltre, così come per il petrolio iracheno, c’è da dire che l’oppio rappresenta un fenomeno economico molto rilevante e le armi, data la guerra, possono garantire un mercato molto florido: un complesso di interessi economici e politici per i quali gli americani trovano conveniente rimanere in Afghanistan.

– Malalai possiede un sito web in cui sono raccolti i suoi discorsi in formati video, audio e testo. Sono inoltre presenti documenti che provano atti cospirativi a danno di Malalai Joya e continui aggiornamenti riguardo la situazione in Afghanistan. Visitate www.malalaijoya.com

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