Archive for the ‘Short stories’ Category

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Ricordami in silenzio

20 December, 2006

Ricordo un giorno camminavo lungo via Cernaia, a Torino. Ero di passaggio nella mia citta’ natale. Pochi giorni erano passati dalla strage di Nassirya dove molti uomini appartenenti al Corpo dei Carabinieri e due civili avevano perso la vita. Camminavo sotto i portici, era una mattinata grigia e insolitamente le strade erano poco trafficate. Ricordo distintamente i lunghi intervalli tra il passaggio di un’auto e la successiva e me ne meravigliai.

Camminavo, quando voltai lo sguardo vidi la caserma dei Carabinieri. La caserma Cernaia. Tra le piu’ prestigiose dell’Arma a Torino. Sapevo fosse li ma solo vedendola me ne ricordai. La bandiera italiana pendeva pesante e immobile a mezz’asta. Rammentai la strage. Mi fermai e stetti per lunghi istanti in silenzio, a testa bassa. Li ricordai. Provai a immaginare l’istante prima che l’esplosione li divorasse. Che cosa stessero facendo un attimo prima. L’espressione che il viso disegno’ loro nel momento in cui capirono che qualcosa di mostruoso era gia’ cominciato.
Quando ripresi i miei passi verso il centro di Torino ricordai un fatto che cosi’ spesso attira la mia attenzione.

Qualche mese fa, un giorno qualunque della mia permanenza in terra olandese era il Giorno della Memoria a ricordo delle vittime olandesi dei due conflitti mondiali. Vidi le immagini in televisione. La prassi vuole che la famiglia reale olandese – con la Regina Beatrice e il principe William in testa – porga un mazzo di fiori ai piedi di un monumento ad Amsterdam. Poi tre minuti di silenzio.

Silenzio. Totale. Le telecamere riprendevano le decine di migliaia di persone in piazza e nessuno batteva ciglio. Nessuno si muoveva. Tantomeno nessuno applaudiva. Perche’ in Italia si usa applaudire i morti? Perche’ all’uscita di una – o piu’ – bare dalla chiesa la gente raccoltasi all’esterno batte le mani? Recentemente, per la disgrazia accaduta a due giovanissimi ragazzi giocatori della Juventus, addirittura molti intonavano cori da stadio con i loro nomi. E’ certamente un episodio ma non e’ raro nel nostro paese. L’applauso in questi casi vuole certamente essere un modo come un altro per omaggiare i caduti. Tuttavia non mi trova d’accordo. I morti non si applaudono. I morti, una volta celebrata la loro morte come la Chiesa Cattolica vuole, si ricordano e rispettano in silenzio. Non stupisce dunque la scelta di alcune persone piu’ o meno celebri le quali precisano sui loro testamenti di volere una cerimonia privata. Chiedete a Pavarotti se sarebbe piu’ colpito, al termine di una sua performance, dal pubblico in standing ovation o da un silenzio assordante. Negli stadi in Inghilterra, paese madre del fair play e del savoir être, in occasione del celebre minuto di silenzio nessuno applaude. La gente ha lo sguardo fisso, spesso rivolto verso il basso. Chi ha il cappello lo rimuove. Chi ha un bambino al seguito lo abbraccia. In Italia no. Sentiamo il dovere di dire qualcosa anche quando ci e’ proibito proferire verbo.

Se tu mai verrai al mio di funerale, non ti azzardare ad applaudire. Tantomeno non ti azzardare a fischiarmi (eventualita’ questa piu’ probabile). Se mai sarai colpito dall’irresistibile bisogno di uno dei due, ti supplico reprimilo. Piuttosto, alza il tuo sguardo e sorridi, ricordando quella volta in cui avevi perso ogni speranza di vedermi un giorno diventare una persona responsabile.

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Queen Street

9 December, 2006

“Ne sei sicuro?”

“L’indirizzo e’ questo”

“Mm. Che ore sono?

“Otto meno dieci”

“Siamo in anticipo. Aspettiamo qualche minuto”

L’edificio non era esattamente dei piu’ accoglienti. Al sesto piano di un casolare probabilmente costruito negli anni ’50 il silenzio era totale. Per strada, in Queen Street, pochi individui animavano una grigia e quiete domenica mattina d’inverno. Nonostante il giorno di festa, il quartiere cinese comunque era quello fra i piu’ vivaci a quell’ora del mattino. Minuti individui allestivano con eterna lentezza e maniacale precisione qualche bancone all’esterno dei rispettivi negozi. Chi disponeva frutta e verdura, chi assemblava manichini sul marciapiede di fronte o chi disegnava caratteri incomprensibili su piccole lavagne pieghevoli. Una coppia di giovani ne urtarono una, sghignazzando e accellerando verso casa, ubriachi e stanchi per una nottata trascorsa per locali. Dall’altro lato della strada, alla finestra del sesto piano di uno dei piu’ antichi casolari del quartiere erano visibili le sagome di due uomini, impegnati – in apparenza – in un fitto dialogo.

“Cazzate Vince”

“Ascolta Rick. Perche’ mai dovrei inventarmi una cosa del genere? Non sei mica mio padre”

“No, grazie al cielo! Semplicemente non capisco come tu puoi andare a letto con una donna e non allungare nemmeno un dito verso un corpo che il buon Dio ha messo sulla Terra perche’ noi uomini ne trovassimo…conforto nei momenti piu’ bui. Era un cesso?”

“Rick…”

“Ok, ok. E’ solo che mai mi convincerai della possibilita’ di avere un semplice rapporto di amicizia con una donna. Figuriamoci con una attraente”

“Non mi stupisce che tu non ne sia capace. Rapporti interpersonali basati sulla fiducia e rispetto non sono certo il tuo piatto forte”

“Adesso e’ a me che mi sembra di parlare con mio padre”

“Inoltre io e Vicky siamo attratti uno dall’altro da qualcosa che va ben aldila’ della semplice attrazione fisica”

“Di certo non e’ attratta dal tuo portafogli, questo e’ sicuro..”

“Grazie per ricordarmi di quanto il mare in cui navigo non sia di soldi ma bensi’ di … Lo sai”

“Eccome. Devo ricordarti checci stiamo in due? Con un lavoro del genere daltronde saremmo degli sciocchi a sperare che le cose vanno diversamente”

“E’ proprio per questo che siamo qui , Rick”

Nell’appartamento 610 di Queen Street uno stanco sole di una domenica mattina d’inverno filtrava tra le serrande abbassate. L’odore presente era quello simile a tante altre stanze in quel quartiere. Un misto di marijuana e Haschish, di mozziconi spenti e gettati a terra, di liquido seminale dimenticato in chissa’ quali angoli. Il pavimento era quello che solo i piu’ irriducibili tra i consumatori di droga – leggere o pesanti che siano – possono offrire. Cartacce di fast food ovunque, grossi bicchieri vuoti di plastica, briciole di ogni tipo, Marijuna qua e la, una chiazza di a prima vista Coca Cola sotto un tavolino basso al centro della stanza, indumenti di ogni genere, qualche sigaretta rotta a meta’, 6 pedine del Monopoli la cui scatola aperta e semi vuota giaceva su un divano. A camminarci sopra, il pavimento avrebbe causato lo stesso effetto sonoro di chi cammina sopra un giardino di ghiaia: anche il piu’ ibernato tra gli orsi in letargo si sarebbe svegliato. Una docile spirale di fumo ancora si innalzava da un posacenere. Il tavolo al centro sembrava ospitare un campo di battaglia in miniatura. Tabacco, cartine, decine mozziconi di spinelli, una fialetta simile a quello di un normale collirio ma dall’imboccatura piu’ larga, un piccolo specchio portatile sul quale giaceva una sostanza bianca, un paio di banconote da un dollaro arrotolate, due posaceneri, pezzi di carta stagnola, tre bicchieri di vetro vuoti, un cucchiaino dalla testa annerita, un accendino Zippo e una lampada da tavolo dalla forma di un Buddha.

Un ragazzo – o perlomeno quelle erano le sue sembianze – si trovava all’altro lato della stanza rispetto all’ingresso, dove un piccolo bar divideva il salotto dal cucinino. Il ragazzo era immobile di fronte al frigorifero aperto. La piccola luce interna illuminava appena il corpo esausto e interrogativo del ragazzo. Lo sguardo fisso all’interno del frigorifero.

“Fuck” si disse, “Non vedo un cazzo”

Di certo e’ che noto’ eccome due sagome all’ingresso quando irruppero nell’alloggio. Il ragazzo disse qualcosa ma con suo grande stupore non riusci’ a distinguere le parole che uscivano dalla sua bocca. Noto’ che in quel momento le due sagome si guardarono uno con l’altro. Provo’ a parlare di nuovo ma quello che senti’ furono le parole di chi urla sott’acqua. Si avvicino’ verso le due sagome. Le sue braccia allungate, come chi fa quando viene bendato.

“Ma dove cazzo sono quei due bastardi?” riusci’ a pensare, ricordando di non essere l’unico a vivere in quella topaia.

Poi una delle due sagome si mosse verso il divano e rivolse la parola ad una terza sagoma che pareva essere sdraiata sul divano stesso. La sagoma che parlava sembrava dire frasi brevi, rivolgendo lo sguardo alternativamente al ragazzo e alla sagoma sul divano. Al ragazzo sembro’ di notare un oggeto piuttosto voluminoso nella mano dell’uomo. Purtroppo per lui, i due giorni trascorsi a farsi di Marijuana, Haschish, eroina e cocaina non lo aiutarono granche’: sarebbe potuta essere una pistola come un innoquo orsacchiotto di pelusce. Qualunque cosa fosse comunque, il ragazzo in una frazione di temporanea lucidita’ comprese che le due sagome non erano certo li per il servizio in camera. La sagoma stesa sul divano non rispondeva, apparentemente ancora immersa in chissa’ quale allucinante sogno. La seconda sagoma invece era china su una poltrona aldila’ del tavolo. La sua mano faceva un movimento verticale come di chi vuole tagliare l’aria. Invece dell’aria, all’altezza della mano vi era il viso di un terzo ragazzo, apparentemente sveglio. Era tutt’altro che sveglio invece. Gli occhi semi chiusi e una statuaria immobilita’ corporea suggerivano uno stato di trance o peggio di morte. Tuttavia respirava.

Il ragazzo senti’ una voce provenire dalla seconda sagoma, rivolta alla prima. La prima sagoma si volto’ ed entrambe fissarono il ragazzo. Il ragazzo non poteva distinguere nessun suono se non quelli presenti nella sua testa. Sembrava che qualcuno avesse lasciato aperte due porte opposte una all’altra nel suo cervello ed ora una corrente violentissima fischiava fra le sue orecchie. Se possibile, ancora peggiore era lo stato della sua vista. Le due sagome, per quanto i suoi sensi potevano percepire, sarebbero benissimo potuto essere due ombre staccatesi da due muri. Nessun lineamento, nessun segno di indumenti, solo la forma di due uomini. Le loro sagome erano nere come la pece. Il ragazzo intravide – o almeno cosi’ egli credette – un minuscolo scintillio proveniente dalla tasca della camicia di uno dei due. Il ragazzo senti’ d’un tratto come il silenzio nella stanza si era fatto assordante. Gli parse di percepire il battito del proprio cuore nelle orecchie. Poi uno dei due uomini spinse qualcosa in fondo al taschino della propria camicia, cammino’ verso il ragazzo, lo passo’ e gli spari’ alle spalle, probabilmente nel cucinino. Il cuore del ragazzo salto’ un battito ed egli si lascio’ cadere seduto su una seconda poltrona, lo sguardo fisso verso l’altra sagoma, immobile di fronte a lui.

“E’ la mia ora”, si disse, rassegnato.

Dopo un arco di tempo la lunghezza del quale il ragazzo non fu in grado di stabilire, le due sagome erano ora nell’ingresso, confabulavano animatamente uno con l’altro. Uno dei due porto’ un oggetto all’orecchio, vi disse poche brevi parole. Al ragazzo sembro’ di percepire l’estensione di un indirizzo nelle parole della sagoma. Un’istante o un’eternita’ dopo le due sagome erano sparite. Per quanto ne sapeva il ragazzo, poteva essere benissimo stato tutto un sogno. Se non fosse che la porta d’ingresso giaceva contorta contro il muro interno dell’alloggio.

Nel frattempo il ragazzo all’interno dell’appartamento 610 in Queen Street si alzo’ dalla poltrona. Sfrego’ fortemente le mani sul viso e si impose di riprendersi da quello stato di assenza fisica da cui sentiva il suo corpo pervaso. Niente. Semplicemente non era in grado di connettere in modo logico il benche’ minimo evento a cui, credeva, di aver assistito. Poi, probabilmente a causa dell’adrenalina in circolo causata dalla presenza di quei due uomini, il suo corpo tremo’ all’improvviso, con una entita’ tale da ricordargli quando da bambimo un terremoto aveva semi distrutto la piccola cittadina in cui era nato. Allora capi’. Si volto’ verso il cucinino, inciampo’ un infinita’ di volte prima di raggiungere la mensola che stava sopra i fornelli. Poso’ le mani sulle maniglie e stette immobile per qualche istante, terrorizzato dal possibile contenuto. Apri’ la mensola ad occhi chiusi.

E’ davvero singolare quanto con quale magnitudine il cervello umano possa rifiutarsi di percepire l’assenza di un oggetto. Ben altra cosa dal registrare un oggetto in un luogo in cui la nostra mente ne immaginava la presenza di un altro. In tal caso, la mente umana perlomeno registra un qualcosa. Un’immagine dell’oggetto appena percepito con l’ausilio della vista. Nel caso del nostro ragazzo tuttavia, tale oggetto – qualsiasi ne fosse la natura – era assente. Il ragazzo senti’ come una scintilla nel suo cervello, quasi come migliaia di neuroni avessero fatto corto circuito nel medesimo istante. In quel momento un velo piu’ nero della notte si poso’ su suoi occhi. In tale stato di cecita’ momentanea si mise le mani tra i capelli. Il suo sguardo era perso in chissa’ quale angolo remoto nella sua memoria. Mugugno’ parole incomprensibili per qualche istante mentre il suo corpo vagava nell’alloggio come una barca abbandonata in mare aperto. Riflette’. Provo’ a riflettere. Riacquistata la vista, ora i suoi occhi andavano con moto frenetico in ogni angolo dell’appartamento, quasi a fornire informazioni al suo cervello: un individuo sdraiato sul divano – un suo amico, si un suo caro amico; un altro individuo seduto immobile su una poltrona – questo, ne era certo, lo aveva conosciuto pochi giorni prima; un tavolino su cui giaceva l’inverosimile e … e quelle… quelle cosa sono? Un piatto da cucina riempito all’apparenza in fretta e furia con un pugno di Marijuana e Haschish, un poco di eroina e cocaina.

“Ma che diavol…?” Il ragazzo fisso’ il piatto. Fisso’ la porta. Il piatto di nuovo. La porta. Sirene della polizia. Capi’.

L’istante seguente era per le scale, di corsa, intento a infilarsi un paio di jeans con una mano e le scarpe con l’altra. Al ragazzo pareva di volare. Cadde, si rialzo’. Raggiunse l’ingresso dell’edifico dove un senzatetto giaceva in un angolo.

“Per la miseria giovane! Fai piu’ casino tu di un carroarmato arruginito!” grido’ il tale in parole rese incomprensibili dai nubi dell’alcohol.

Il ragazzo raggiunse la porta, diede uno sguardo su Queen Street, fisso’ un punto e attraverso’ la strada di corsa. Riusci’ a cogliere al volo una Street Car. Il conducente, data l’ora prematura e l’aspetto del ragazzo non ebbe la benche’ minima voglia di interrogarlo riguardo il biglietto. Il ragazzo ringrazio’ con un cenno del capo e barcollando da una maniglia all’altra raggiunse i sedili posteriori. Si sedette. Mentre il pulmino si allontanava lentamente si volto’ e vide due automobili della polizia fermarsi bruscamente di fronte all’edifico che pochi secondi prima egli aveva abbandonato.

Due minuti e diciassette secondi prima due uomini si erano allontanati a piedi dal casolare in Queen Street. Al primo angolo avevano voltato in una strada secondaria ed erano spariti lentamente, come due ombre al crepuscolo. Il Quartiere Cinese era ora poco piu’ animato di qualche istante prima. Tale innocua armonia era stata improvvisamente rotta da due intensi fischi di sirene della polizia. Allo stridere violento di gomme su strada un pacato e ignaro uomo di origini cinesi – che da quattro anni abitava quella strada – si era voltato e si chiese cosa mai ci facessero due volanti della polizia di fronte all’edificio piu’ veccho del quartiere.

“Voi miserabili vermi rompicoglioni non avete niente da fare la domenica matt…!” grido’ il senza tetto ad un tale baccano. Quando alzo’ lo sguardo vise i distintivi della polizia brillare sul petto di quattro uomini il cui sguardo’ freddo’ in un attimo le parole del vecchio. Il senzatetto si calmo’ e riassesto’ il suo cuscino fatto di stracci.
”Prego…” disse in tono amichevole, “To serve and protect, gentlemen!”

Intanto due uomini, all’interno di una macchina dall’aspetto qualunque erano immersi in una conversazione pacata.

“Vince non posso credere che li abbiamo lasciati andare cosi’!” disse Rick in tono polemico.

“Non hanno fatto del male a nessuno. E non ne faranno nemmeno a noi”

“Ah no? Sei proprio sicuro che quello zombie ambulante non sia grado di identificare il tuo bel faccino?”

“No, non credo proprio”

“Lo spero d’avvero Vince! Comunque sia la prossima volta facciamo a modo mio. Tu e le tue chiacchiere… Saresti capace di convincere il Papa a ballare nudo in San Pietro con una banana in bocca!” sbuffo’.

“Non ci sara’ una prossima volta Rick. Da oggi, siamo in vacanza”. Abbasso’ il finestrino e mise la mano fuori. Un tiepido sole scaldava appena il parabrezza dell’automobile. I due uomini si voltarono uno verso l’altro e non poterono che accennare un sincero sorriso ad una tale prospettiva.

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A Oriana

27 November, 2006

Un giovane in vacanza in Canada si trova spesso a spendere innumerevoli ore a passeggiare per la citta’ in cui e’ ospite. Macina chilometri e tante sono le cose che non puo’ fare a meno di notare. Le scarto tutte per narrarvene di una in particolare. Piccola e insignificativa per molti, ma di un valore particolare per questo ragazzo che l’ha vissuta.

Con lo scoccare del mese di Novembre i cittadini canadesi – e probabilmente molti altri in paesi differenti – indossano un piccolo fiore di colore rosso sul petto. Dato l’elevato numero di fiori necessari a colorire milioni di petti qualcuno ben penso’ di produrli di plastica questi fiori. E’ cosi’ che il nostro giovane incappo’ in centinaia di questi. Inizialmente poppyflower1.jpgpenso’ ad una sorta di riconoscimento per chi e’ impiegato nel governo canadese. Idea scartata al primo fiore ammirato sulla camicia di un tale a cui, data la sua non proprio affascinante combinazione di scarpe slacciate, jeans strappati e mozzicone spento in mano, difficilmente sarebbe stato garantito l’ingresso in un ufficio governativo. Una congregazione di qualche tipo dunque? No, il numero di persone che indossano il fiore rosso suggerisce un evento piu’ massiccio. Ma sopratutto un evento senza limiti di razza, eta’, stato sociale, impiego. Almeno una dozzina di individui differenti per ciascuna categoria avevano di rosso macchiato il petto.

“Pazienza”, penso’ il ragazzo, “E’ probabile che il motivo sfugga a chi non e’ canadese”.

Come bene si addice ad una giornata di Novembre, all’improvviso una mattina qualunque il tempo decise di barricare tutti in casa – o a chi non avesse tale fortuna, al riparo sotto qualche tetto improvvisato per strada – con una pioggia e un vento che avrebbe affogato ambizioni turistiche al piu’ ostinato dei turisti giapponesi.

“E ora? che faccio tutto il giorno?” penso’ il ragazzo, il quale date le sue origini e abitudini mediterranee mai avrebbe pensato di includere un ombrello nella sua valigia. Nella speranza che il tempo diventasse piu’ clemente col passare dei minuti, decise di fare colazione nel Pub che offriva l’hotel in cui risiedeva. I lettori non sanno che, nonostante il buon stato generale del Pub stesso e la piu’ che soddisfacente selezione di piatti in offerta, il nostro ragazzo non aveva nessuna intenzione di trascorrervi un minuto in piu’ del tempo necessario a viziarsi con una abbondante colazione. Si da il caso infatti che i clienti del pub, ad una perlustrazione precedente, fossero per la maggior parte anziani, o individui verso la definizione di anziani, o persone il cui sguardo perso nel vuoto il giovane aveva avuto modo di notare in numerosi altri frequentatori della zona in cui pub e hotel risiedevano.

Terminata la colazione, il ragazzo come sua abitudine senti’ il sacrosanto e irresistibile diritto di lasciarsi andare al piacere di fumare un meritata – tale e’ l’amore che lega i due – sigaretta. Ahime’, data la politica anti fumo vigente in Canada allora e il tempo non proprio caraibico, si trovo’ costretto ad usufruire di una piccola stanza – dai muri di vetro e dotata di bar vogliate notare, dunque piu’ che accogliente – allestita all’interno del locale per accogliere chi come lui reputa il vizio di una sigaretta un diritto inestrapolabile ai piaceri umani. Inutile dirlo, i presenti in tale stanza non erano il benche’ minimo differenti da coloro seduti all’esterno di essa.

“Poco male”, penso’, “Perlomeno io e loro una cosa in comune ce l’abbiamo”. Futile aggiungere che tale condivisione fosse da molte autorita’ descritta come un vizio che uccide.

Tre tavoli alti. Un bancone, come gia’ detto, a coprire il perimetro della stanza. Un minuscolo condizionatore. Diversi bicchieri di birra – nonostante l’ora prematura. Posaceneri. Una manciata di persone. Tali erano gli ornamenti da cui il giovane era circondato.

“May I join you at your table, sir?”

Il giovane si volto’ per capire da chi provenisse la richiesta. Un uomo di circa 60 anni, dai piacevoli connotati, di corporatura robusta e altezza media. Pelle ruvida e vissuta. Barba e baffi tenuti in modo decoroso e macchiati da un grigio non vecchio bensi’ maturo. Mani robuste. Ma soprattutto un sorriso sincero, e cordiale. Un cappello a visiera nascondeva un paio di occhi a prima vista stanchi ma con una vivacita’ e un piglio da fare invidia a qualunque persona di 30 o 40 anni piu’ giovane. Tali erano le sensazioni causate da quest’uomo nella frazione di secondo in cui il ragazzo rispose,

“Sure”

Con una facilita’ e naturalezza che appartengono solo a colui che conosce alla perfezione se stesso, l’ambiente che lo circonda e le persone che ha di fronte, l’uomo attacco’ discorso con due o tre individui, della sua eta’ o quasi, presenti. Canada era il loro argomento di discussione, perlomeno quello con cui cominciarono. Presto parlarono di armi. Ognuno fece presente quale fra i numerosi fucili a disposizione dell’esercito canadese, in chissa’ quali anni, preferissero. Difetti e pregi di numerose armi dai nomi bi-lettere. Il ragazzo recepi’ solo Magnum e MG-qualcosa. Quasi come per scusarsi e riparare di un argomento che trattava oggetti con cui l’esercito canadese usava ucidere in battaglia, i tre uomini si rifugiarono nell’argomento ‘Storia canadese’. La conoscenza di tale materia, vale la pena sottolineare, era nota ai tre uomini tanto quanto i pregi e difetti di un Kalasnikov. Il giovane tuttavia non pote’ fare a meno di notare quella genuinita’ che ahime’ appartiene solo a persone che hanno superato una certa eta’. Ognuno di essi acoltava con pazienza e interesse il proprio interlocutore. Nessuno di loro mostrava cenni di stentata superiorita’. Pura e semplice conversazione. Qualche disaccordo, qualche battuta, e il ragazzo per un istante si reputo’ fortunato di esserne presente.
“Oh ci son cosi’ tante domande che vorrei chiedere”, penso’.

Finalmente il giovane si decise a entrare a far parte di questo vivace gruppetto.

“May I ask you a question, sir?”

E’ cosi’ che il nostro ragazzo scopri’ come era nata Vancouver; chi per primo si reco’ in quella particolare area che cosi’ piacevolmente caratterizza la piu’ bella citta’ in Canada; i rapporti con gli USA (un commento di uno dei tre su tale argomento provoco’ una risata generale, quale “Ahh, gli USA non sono nessuno!” Il ragazzo penso’ a quanto si augurasse che fosse davvero cosi’); l’Indipendenza; la particolare e singolare multi-etnicita’ del popolo canadese; a quale corpo militare i tre erano appartenuti; a come ora si trovassero nel quartiere considerato il piu’ povero del Nord America, e altro.

Ad un tratto il terzo dei tre uomini presenti catturo’ gli occhi del giovane. Una macchia rossa sulla giacca. Un fiore. Un fiore rosso, di plastica, attaccato con uno spillo sul petto all’altezza del cuore. Il nostro giovane si chiese come avesse fatto a non notarlo prima.

“Forse quel piccolo condizionatore d’aria non funziona benissimo…” riflette’, quasi a giustificare con la presenza di fumo nella stanza quella disattenzione ai particolari che lo ha sempre perseguitato.

Sorrise in se e si disse,

“Glielo vuoi chiedere cos’e’ quel fiore o ti vuoi portare ‘sto mistero in Europa??”

Nell’esatto istante in cui il ragazzo termino’ di formulare la domanda all’uomo col fiore gli altri due uomini interruppero la loro privata conversazione. I tre si voltarono con un movimento sincronizzato. Il primo, che sedeva al tavolo del ragazzo e che per primo gli aveva rivolto la parola, sollevo’ la visiera del cappello e lo fisso’. Il povero ragazzo ebbe l’impressione di essere di fronte ad un genitore il cui figlio di 4 anni chiede lumi riguardo l’utilizzo di un profilattico. Un silenzio imbarazzante entro’ nella stanzetta e fu come se diede uno schiaffetto sulla spalla del giovane.

“Scusi ma non ne ho la minima idea…”, balbetto’ il giovane.

“E’ un simbolo”, rispose telegraficamente l’uomo. A questo il ragazzo credette di esserci gia’ arrivato di suo…

Poi, un’illuminazione.

“Ma chiaro! mica gli ho detto che sono straniero! questo pensa che sono canadese!”
Per sua fortuna i tre accolsero con piacere le origini mediterranee del giovane. Tanto che egli volle sapere cosa essi pensassero dei suoi concittadini e quale fosse – se mai ce ne fosse stato – l’apporto dei suoi compaesani alla fortuna e presente stato della nazione Canada.

“Pero’… niente male”, riflette’ il ragazzo alla fine, “E’ proprio vero che solo i francesi ci odiano dunque!”
Al che’ segui’ una piacevole contastazione da parte del ragazzo, secondo la quale tutti odiano i francesi, canadesi inclusi.

A questo punto, risollevato il livello di stima nei suoi confronti il giovane non ebbe timore nell’interrogare i tre uomini piu’ in dettaglio riguardo le origini e il significato del fiore rosso.

Fu cosi’ che il giovane fece conoscenza del cosidetto Poppy Flower. Appartiene alla famiglia dei papaveri. E’ un fiore piuttosto comune in numerose parti del globo. Tuttavia e’ piu’ caratteristico nella regione delle Flanders, in Belgio. In tale regione sorge un cimitero in cui sono seppelliti numerosi soldati alleati caduti durante la Prima Guerra Mondiale. Nella maggior parte dei paesi del Commonwealth – dunque Canada incluso – il Poppy Flower, numeroso nelle aree adiacenti il cimitero, e’ diventato simbolo dei caduti durante il Primo Conflitto. In seguito e’ stato adottato da numerosi altri paesi a simboleggiarne gli innumerevoli caduti. Oggi, il Giorno del Ricordo cade l’11 di Novembre.

Tale e’ la descrizione di tale fiore che il giovane ragazzo estrapolo’ dalle parole ben pesate e quasi solenni dei tre uomini. E naturalmente noto’ come nel frattempo la voce del suo interlocutore si era fatta un po piu’ grave e gli occhi lucidi. In meno di un istante il giovane capi’ quanto importante fosse l’ 11 di Novembre nella memoria dei cittadini canadesi. Per non pochi minuti provo’ una certa vergogna nel non essere a conoscenza di tale fiore e tale giorno. Vergogna mista a quel pensiero un po sempre presente nella sua coscienza ogni qualvolta si era trovato coinvolto in conversazioni riguardanti la Seconda Guerra Mondiale con persone straniere: certo, il suo Paese aveva terminato il conflitto dalla parte degli Alleati, ma chissa’ a quanti caduti in modo miserabile il suo Paese, i suoi stessi consanguigni, avevano contribuito, per una infinita catena di eventi a lui a malapena percettibile, e fatto in modo che un giorno quel fiore che su cosi’ tanti cappotti aveva visto in quei giorni sarebbe diventato il simbolo di una Memoria.

Fece presente tali pensieri all’uomo che gli stava di fronte. E non pote’ fare a meno di esternarli fissando il tavolo, in basso, senza guardare l’uomo negli occhi. Sul volto dell’uomo, in un attimo, si formo’ un’espressione quasi paterna.

“Ah! Sei giovane, sir !”, replico’ l’uomo, “E inoltre, pensa a tutti quei tuoi paesani che nell’oscurita’ combatterono quel regime di .. quello li’… Musilini!”

“Mussolini”

“Mussolini bravo! Il tuo Paese e’ stato fra quelli che ha sfornato il maggior numero di ribelli, te lo dico io! “

In quel momento, una singola immagine si formo’ nella mente del giovane. La foto di Oriana Fallaci, vista una sola volta tanti orsono quando per la prima volta lesse uno dei suoi libri; il suo preferito ancora oggi, nonostante li avesse letti tutti. La signora Fallaci era venuta a mancare poche settimane prima. Piu’ volte aveva letto che la signora Fallaci da bambina fungeva da messaggero, di armi, lettere o quant’altro, per i Partigiani nella Firenze occupata dai tedeschi.

Poi, per la seconda volta quella sera – o era mattina? Si era ancora mattina – il ragazzo fu colto interamente di sorpresa. Uno dei tre uomini, quello che indossava il Poppy Flower, il meno loquace fra i tre e che piu’ lo aveva impressionato con il peso delle sue parole, si era allontanato per un attimo. Al suo ritorno allungo’ la mano verso il tavolo, di fronte al ragazzo. Il giovane ebbe l’impressione che i gesti che portarono la mano dell’uomo verso di lui si muovessero al rallentatore. Tra se’ e una birra offerta da uno dei tre giaceva ora un Poppy Flower. Il ragazzo, le labbra impercettibilmente separate, alzo’ lo sguardo a incontrare quello dell’uomo. L’uomo non disse nulla. Rispose con un cenno del capo e torno’ al suo posto. Il ragazzo fisso’ il fiore per qualche istante, quasi si aspettasse che gli parlasse.

“Non posso… davvero… io..”, mugugno’, con gli occhi ancora sul fiore.

Poi capi’. Allora si alzo’, fece un passo verso l’uomo col cappello con la visiera. Gli passo’ il fiore e mostro’ il collo, come fanno gli innamorati a richiesta di un bacio proprio li. L’uomo in silenzio attacco’ la spilla con il fiore sulla felpa del giovane. E’ un bene che il ragazzo avesse lo sguardo rivolto verso il basso, perche’ questa volta gli occhi lucidi erano i suoi. Torno’ al suo posto e per molti istanti non disse una parola.

La conversazione riprese i toni amichevoli di pochi istanti prima. Il ragazzo riflette’ e non pote’ che pensare di avere avuto la sensazione di trovarsi al centro del mondo per qualche minuto. Poi si riprese da tale torpore e riacquisto’ quella lucidita’ mentale di cui cosi’ tanto ne era sempre andato orgoglioso.

“In una stanza per soli fumatori, in un albergo a 40 euro per notte, nel piu’ povero quartiere del Nord America..”, riflette’ per un attimo su tutti i luoghi comuni o stereotipi che gli potessero venire in mente riguardo la natura del suo alloggiamento,

“Che pirla!”, si disse sorridendo.

Prima di andarsene non pote’ che promettere all’uomo col cappello che avrebbe divulgato ai suoi piu’ cari amici del Poppy Flower. Auguro’ ai tre una buona giornata. Strinse loro la mano. Si allontano’ con la certezza che, contrariamente a quanto pensasse poche ore prima, poteva ora condividere con i tre uomini un tesoro infinitamente piu’ prezioso della passione per una sigaretta fumata in compagnia…

Di giapponesi, comunque, non se ne vedeva l’ombra fuori dall’albergo. Pioveva ancora che Dio la mandava.

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To Oriana

27 November, 2006

A youngster on holiday in Canada often finds himself spending a large number of hours wandering around, walking the streets of the city that hosts him. As he hits sidewalks he cannot help noticing all sort of things. I will put them all aside to tell you about one in particular: a small and insignificant one for many of you but of priceless value for this young guy who experienced it.

In the beginning of November the Canadians – like many others in various countries – have a small red flower buttoned down on their chest. Poppy FlowerDue to the large number of flowers necessary to beautify millions of chests someone had the clever idea to produce artificial flowers. Therefore, the young guy had run into hundreds of them. Initially he thought of some sort of identification for those employed at the Canadian government. Such an idea however was quickly dismissed: the youngster had caught eye of a man wearing the flower, who undoubtedly could not have been considered particularly trendy: his untied shoes, torn jeans and unlit cigarette-end would have hardly granted him free access to any government office. So what was that flower about? The boy thought of a congregation, perhaps… No, the number of people wearing it suggested a larger event. The young guy could not figure it out.

“Never mind” he thought to himself, “possibly its significance is incomprehensible to non-Canadians”.

As anyone would expect from a typical November day, one morning the weather suddenly decided to force everybody to find shelter indoor: a rain storm offered an unusual display of its power, and even the most audacious Japanese tourist would have had his touristic intensions drowned.

“And now? What am I gonna do all day?” the guy thought. Indeed, due to his Mediterranean origins and habits the last thing he would have thought of was to include an umbrella into his luggage. Hoping that the weather would turn well soon, he gladly welcomed the idea to spoil himself with a huge breakfast at the pub located on the ground floor of the hotel where he was housed. Now, the readers are not aware that, despite the comfortable furnishing and a tasty menu of the pub the young guy did not intend to spend a minute longer in there than the time required for a good full breakfast. Indeed, it is useful to remark the appearance of the pub’s regular customers: elderly people – or individuals on the way of being classified as elderly – or people whose outstanding blank eyes were noticed by the guy, those blank eyes that many people from around the neighborhood seemed to have…

Once breakfast was over, our boy felt the irresistible call of one of those vices that, in his opinion, formed any human being’s right: the pleasure of a smoke. Alas, due to the strict smoking policy in force in Canada at that time combined with the non-Caribbean weather outside, he was to join a small smoking room in the pub. Contrary to what one might assume, this room was rather comfy, well furnished and spacey enough, especially set for those people who – like him – believed the joy of a cigarette a perfect day starter. Needless to say however, the customers present in this small room had the very same attributes of those seated outside of it.

“Who cares?” he thought, “We all have one thing in common at least…”.

You will agree that this common ‘love’ – which is by the way the precise word the young man used to describe the relationship between him and cigarettes – is by many authorities considered a vice that kills.

Three high tables, some chairs, few candles, a bar stretched all around the perimeter, many beer glasses – despite the early time of day – a bunch of people, ashtrays – God bless them – and a very small air conditioner. Such was the furniture our young boy found himself surrounded by.

“May I join ya at your table, sir?”

The young man turned around to see from whom such request came. A man of about 60 years old, with regular and pleasant face features; tough body; rough skin and strong hands; well kept beard and moustache spotted here and there in white. But above all, an honest and sincere smile. A hat that hid a pair of eyes of which its vivacity and aliveness would have driven anyone 30 or 40 years younger jealous. All these where the sensations caused by the man to the guy in the moment he replied,

“Sure”.

With an easiness and spontaneity that belong only to whom is well acquainted with himself, the people around him and his surroundings, the man with the hat started up a conversation with two others, apparently of the same age. Canada was their topic of conversation, or at least the one with which they began. Soon, they started talking about weapons. Each expressed which gunfire he preferred, among those in force in the Canadian army in who-knows-how-many-years from now. Plus and minus of various double-letter named rifles and guns. The young man could only catch Magnum and MG-something.

As if to make up a topic that involved means by which the Canadian army used to kill people, the three men soon took shelter under the topic of ‘Canadian History’. It is worthy for the readers to notice that the knowledge of such a topic amongst the three men was as extensive as the advantages and disadvantages of a Kalasnikov rifle. Nevertheless, the young man couldn’t help to notice the genuineness and devotion of speech that only belongs to people over a certain age: each of them listened carefully to the speaker, who would speak quietly and clearly, and in turn each would show honest interest. Suddenly the young guy realized how lucky he was for being a listener of such a conversation.

“Oh, there are so many things I would like to ask!” he thought.

At last, he loosened his breaks and decided to say,

“May I ask you a question, sir?”

As the time passed by he found himself listening to how the city of Vancouver was born; who first arrived in that area; relations with the United States (a hard laugh upon this matter was caused when one of the men shouted, “Ah! Americans ain’t nobody!” The young boy for a moment wished it was so in reality as well…); the Confederation; the unique multi-ethnicity of Canada and its citizens; to what military group each man had served in; the status of that very neighborhood where the four men were at moment, said to be the poorest in North America; and much more.

All of a sudden, the young man’s eyes were caught by the third man. A spot stood on his jacket. A flower; red. A red flower was hanging on his chest, at heart-length. The boy wondered why he had not notice it before.

“Perhaps that small air conditioner isn’t working properly…” he said to himself, as if to give the presence of smoke in the room the responsibility for a lack of grabbing visual details that had always cursed him in his life. He smiled to himself and thought,

“Will you ask him what that flower is about or you wanna bring this secret back to Europe with you??”

In the exact moment he finished to formulate the question to the man with the flower, the other two turned their head to the guy simultaneously. The first one, who was first to give a word to the boy, with one finger raised slightly the peak of his hat and stared at the guy. The poor boy had the impression of being in front of a parent whose 4 years old son asks him the utility and significance of a condom.

“I’m sorry but I don’t have the least idea…” mumbled the guy.

“It’s a symbol” replied telegraphically the man in front.

“Uhm, I guess I had come up with that myself already…” thought ironically the boy.

Then he comprehended.

“Of course! They have given for granted I am Canadian too! They have no idea I’m a foreigner!”

Luckily enough, the three men welcomed gladly the understanding of the guy being of Mediterranean origins. Consequently the young man felt curious to know what – if any – had been the contribution of his own countrymen to the evolution of Canada as a country.

“Uhm, not bad” he thought at the end. “It is therefore true then that only the French hate us!” said with a bit of irony. To this conclusion followed an acknowledgement by the three men that confirmed what the young boy just stated: everybody hates the French, even Canadians!

At this point, after being held in high esteem by the three men again he desired to ask further about the significance of that red flower.

Meet the Poppy Flower. It belongs to the family of Corn Poppies. This poppy is a common weed throughout Europe. However, it is particularly numerous in Flanders Fields, Belgium. On this location lays a big cemetery where hundreds of Ally soldiers were buried in the Second World War. Here now find eternal sleep Canadian and American men. Most of Commonwealth countries – therefore Canada included – wear this flower to commemorate those men. Years after WWII, the Poppy Flower had been chosen to symbolize all those perished in warfare times. The Remembrance Day is November 11th.

The man with the hat was carefully weighting his words as he explained all this to the young man. The man’s voice had become lower and more solemn, and the boy noticed a sparkling light into his eyes as the man stared at him. Instantly our young man understood the importance of this celebration day for Canadians. For many instants he felt a bit ashamed of not-knowing of this flower before. Such shame however, was also mixed with a thought that had always come up on his mind every time he found himself talking about WWII with other foreigners: sure, his country joined the Allies’ side before the end of the war, but he couldn’t help to think of all those soldiers whose death his own countrymen had contributed to in such large numbers, when they still were on evil’s side. And now he had been seeing so many of those flowers onto so many coats around him…

The young boy shared these thoughts to the man in front of him. His eyes stared below, he had no courage to look the man in the eyes. In a moment, a paternal look of forgiveness formed onto the man’s face.

“Ah! Young ya are, sir!” the man replied, “And besides, think of all those underground fighters who raised against that son of a … him … Musilini!”

“Mussolini”

“That’s right! Your country contributed to the war with the largest number of rebels, I’m tellin’ ya!”

In that very moment a clear image suddenly formed in the boy’s mind. A photograph of Oriana Fallaci – Italian writer and former war reporter – whose picture he had seen years ago when he first opened one of her books, one of his favorite ever since. He had read many times that Ms. Fallaci, when she was just a child, had been a messenger in war time, carrying letters, food, weapons and such to the rebels during the German occupation of Firenze. Ms. Fallaci had died only few weeks before.

Then, for the first time that evening – or was it still morning? Yes it was morning yet – our young boy got shocked. One of the three men – the one wearing the Poppy Flower, the least talkative among them, the one whose words hit the guy’s mind the most – walked out for a while. He walked in again and stretched a hand towards the table where the guy was seated. The guy felt as if the man’s hand was moving in slow motion towards him. Between him and a glass of beer offered to him by one of the three fellows was now laying a Poppy Flower. The guy, his lips slightly parted, raised his eyes towards the man’s. He nodded slightly and reached his seat again. The guy stared at the flower for a while, as if expecting it to talk to him.

“I can’t… really … I…” mumbled the guy, his eyes still on the flower.

Then he understood. He got up his chair. He stepped to the man with the hat. He handed him the flower and showed his neck, as lovers do when they want to be kissed right there. The man silently placed the flower onto the collar of the boy’s shirt. The guy was staring at the floor, because that sparkling light he had seen before was now in his own eyes. He reached his seat again and did not say a word for a long while.

The conversation took up again the tones and vivacity of few minutes earlier. The young man had the impression of having been in the centre of the world for long moments. Then he finally took a grip of himself and re-acquired that clearness of mind of which he had always been so proud of.

“In a smoking room, in a hotel of 40 euro per night, in the poorest neighborhood of North America…” he thought for a moment of all prejudices and stereotypes concerning the nature of his accommodation,

“…What a fool!” said himself smiling.

Before taking off he promised the man with the hat he would have told his dearest friends about the Poppy Flower. He got up and shaked the men’s hands. He walked away with the awareness of – despite what he thought only few hours earlier – having in common with those men something unspeakably more precious than a mere passion of smoking a cigarette in company…

He looked out the glass door of the hotel and Japanese tourists were to be seen nowhere. It was still pouring rain, as if God left the tap open.

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Abbruschiamo?

31 March, 2006

Groningen, Olanda.

Sveglia presto stamane. Doccia rapida ma profonda. Colazione celere ma sostanziosa, e poi via in macchina, direzione Schipol, aereoporto nazionale di Amsterdam. Due ore e qualcosa di macchina accompagnate da quel vento di traverso che permette poche distrazioni. Mezz’ora per trovare parcheggio.

Stasera c’è Toro – Catania.

Entro in aeroporto, mi dirigo verso il Gate dove dovrebbe spuntare una ragazza a cui tengo moltissimo, di ritorno da sei mesi di stage a Saint Martin, isola caraibica olandese. Sono felice che lei torni. Mi ha introdotto lei in Olanda, grazie a lei ho imparato ad amare questo paese. Altre ragioni e misteri dell’animo umano ci tengono legati in modo speciale. Insieme a me ci sono le sue migliori amiche e naturalmente la sua famiglia, sono molto affezionato anche a loro.

Il Toro attravera un buon periodo, il Catania ha il migliore attacco della cadetteria.

Arriva finalmente. Baci e abbracci, sinceri. Ci dirigiamo verso casa dei suoi. Io, volentieri, carico tre delle sue amiche in macchina. Lei non sta fisicamente troppo bene, è stata appena operata d’urgenza di appendicite a Saint Martin, tuttavia il colorito scuro della pelle e il suo sorriso mascherano alla perfezione una accentuata scompensazione fisica dovuta al viaggio, all’operazione e all’eccittazione di tornare e rivedere le persone a lei più care.

I siciliani sono secondi in classifica nove punti davanti a noi, quinti e in zona playoff.

Arriva il resto della famiglia. Si mangia tutti insieme, si chiacchiera, si gioca a carte e, non troppo sorprendentemente, mi dimostro ben più che all’altezza, anzi, vinco io. La sensazione che provo, come altre volte in quella casa, è di uno straniero che ha imparato ad amare e farsi amare da persone sì differenti, ma forse non poi troppo. Sensazione piacevole, e calda, assolutamente.

Si è fatta l’ora di tornare su al nord per me, a casa. Orario perfetto, con due ore di macchina arriverò in tempo per docciarmi con calma, mangiare, con calma e collegarmi in rete e ascoltare la partita via Internet. Con pochissima calma. Perfetto. Entro in casa alle 19:30.

La partita vale più di una tra le due squadre più in forma del momento. Vincere per i siciliani significa approcciare l’Atalanta in testa, per i Granata varrebbe non solo uno slancio ulteriore in zona playoff ma soprattutto un’impareggiabile convinzione dei propri mezzi, indispensabile per salire in Serie A.

E’ ora. Giusto in tempo per il prepartita. Accendo il fedele computer. Clicco sull’icona del Browser. Quella solita attesa di una manciata di secondi. Uhm… ora però i secondi sono troppi… IMPOSSIBILE VISUALIZZARE LA PAGINA. Come prego?? Riproviamo. IMPOSSIBILE…PAGINA. State scherzando vero!? Non stasera! Non puoi farmelo adesso! Apriti! Scollego e ricollego cavi. 20:30. Niente. Chiamo il centro assistenza. Dannati! Non lavorano 24 ore su 24?! 20:35. Niente. Chiamo il padrone di casa. Chiedo se non abbiano cancellato l’abbonamento in quanto la casa sarà messa in vendita molto presto. Ottengo una risposta con un tempo verbale che il più delle volte odio, il condizionale: “Potrebbe essere”. Come potrebbe essere?! Ho maledettamente bisogno di saperlo! 20:40.

Il Presidente Cairo ha sensibilizzato i tifosi in settimana. “Accorrete in quarantamila” dice, “Il Toro ha bisogno di voi”.

Niente, non c’è verso, condizionali uno dietro l’altro. Al diavolo! Dovessi rompere i maroni ai vicini io ‘sta partita (come in verità tutte le altre) la devo sentire. D’accordo. Mi infilo la giacca in un lampo, non guardo nemmeno cosa sto indossando d’altro. Afferro la mia, lei si, fedele bici. Mi arrampico sui pedali, non avessi avuto il sellino non l’avrei notato. Entro nel mio Internet Cafè di fiducia, strausato in momenti di emergenza. Ma che diamine?!?! Il sistema audio dei computer non risponde. EvabbenechesonodelToromastasfigaèdaprimato!! Mi dirigo al bancone verso il tizio che ci lavora. Mostro occhi da micino, come quello in Shrek 2 avete presente? e spiego la situazione. Ma vieni! Mi fa usare il suo di pc, il server, il capoccione tra i computer. Quasi mi viene da baciarlo sto monolite olandese. Ho detto quasi…

Sono circa quarantamila i Granata allo stadio, più di quanti ce n’erano all’esordio contro l’Albinoleffe.

Giochiamo bene ma loro, duri, non sono da meno. Subiamo il gol al 25’ del primo tempo. Io, con cuffie in testa, non ho un dannato oggetto da gettare contro il muro. O meglio, ne ho più di uno ma all’ultimo istante l’educazione inculcatami da babbo e consorte in anni di duro lavoro stoppa l’impulso a metà strada tra cervello e muscoli dell’avambraccio. Fuck! Perdiamo ma giochiamo bene. Perdiamo ma la Maratona, il dodicesimo giocatore in campo, è costante in sottofondo. Perdiamo ma da non-granata io percepisco un leggero ottimismo. Viene da me o da il tizio di fronte a me che gioca in rete? Mah?

Pareggio di Abrruscato!! Ero io dunque! Adessosialdiavolol’educazioneduebeipugnibenassestatisulbanconeeunvelocecennodiscusealtizioquasibaciato!! Siiii! Goooool!! E che gol! E finalmente lui, la punta strapagata ma ancora quasi a secco di gol, lo meritava da almeno tre giornate! ‘Mazza qua si suda.

Il primo tempo finisce in parità. Bella partita, a sentire. Le due squadre giocano a viso aperto, entrambe meritano di vincere. Occasioni, buone, da entrambi i lati.

Comincia il secondo tempo. Il tizio quasi baciato mi si avvicina. “Chiudo fra cinque minuti”. Ma che cavolo?!?! Manca ancora mezz’ora alla fine della partita!! Grazie al cielo non ho ancora imparato a essere blasfemo in lingua olandese! Tuttavia… idea! (ebbene si, ne ho anch’io). Cinque minuti più tardi sono a casa di un’amica. Con non-chalance e innocenza divina le chiedo cortesemente se posso collegarmi in rete e aprire un sito. Che cara. “No problem” dice. Lei si la bacio.

Ricordate i due tizi menzionati sopra, babbo e consorte? Bene. Ricordate anche ciò che con tanti sforzi mi hanno insegnato? Ecco. Con flemma britannica accendo la radio via Internet. La partita è ancora lì. Ancora calda a sentire la voce del cronista. Ancora sull’ 1 a 1. Nel frattempo intrattengo la mia amica in una conversazione piacevole guidata da una cortesia piemontese, di stampo bodreira.

I rosso-blu giocano bene ma è il Toro che vuole vincere e fa la partita. La Maratona continua a cantare, migliaia di chilometri di cavi accompagnano la Sua voce alle mie orecchie.

Ad un tratto… Rigore!! Per chi?!?!?!?!?!? Dai parla dannato cronista!! Ne mancano quattro di minuti dal termine e se il Fato non vuole saperne di cambiare, il penalty può essere solo per una squadra… “…e dunque Rodomonti indica il dischetto per un fallo subito da Abbruscato!” dice, a chiare lettere giuro l’ho sentito con le mie orecchie, il cronista! Mi volto verso la mia amica. Un gesto pacato dell’avambraccio, a interrompere cortesemente la conversazione. Battito cardiaco da criceto in amore. “Ti dispiace solo un secondo? Hanno dato un rigore alla mia squadra..” Secondi. Minuti. Ore di attesa! L’arbitro non ne vuole sapere di fischiare. E fallo tirare perlamiseria!!

Dopo un caldo bicchiere di vino rosso saluto e ringrazio la mia amica. Probabilmente tra l’altro mi trasferirò nella sua casa. Sto cercando una nuova stanza e al piano di sopra ce n’è una libera niente male. Inoltre è una buona amica. Vedremo. Pedalo nel buio verso casa, la mia ancora per poco ahimè. Entro in casa e mi viene voglia di scrivere, di farmi vivo. Allora accendo il mio ultimamente meno fedele amico computer, apro un foglio e mi metto a raccontare. Di cosa, mi chiedete? Di una giornata in Olanda. Una giornata in cui io ho ritrovato un’amica, una giornata in cui il Toro ha vinto 2 a 1 davanti a quasi quarantamila spettatori, una giornata dal clima piacevolmente primaverile, una giornata in cui mi siete mancati ma vi sono mancato un poco anch’io.